Introduzione

Alla traduzione – Approccio

a) Perché questa traduzione?

Passione per la ricerca. Il mio cruccio, conoscere il lavoro della polizia municipale di Roma alla nascita del Comune nel secolo XII: le incombenze, come vestiva, le sue regole. 

Palesando questo desiderio, gli amici dell’Archivio Capitolino mi presentarono una copia del primo Statuto di Roma, del 1363, quello studiato, trascritto dal testo amanuense integrato da Camillo Re, pubblicato nel 1880. Gli amici mi dissero che non ne esisteva una traduzione. Mi misi a lavoro. Dai titoli cercai i capitoli che mi interessavano, poi li tradussi.

Nel frattempo l’Archivio stesso fotocopiò tutti i documenti in suo possesso ai fini di archiviazione con mezzi elettronici. È stato questo progresso che mi ha facilitato il contatto ed il compito per tradurre Gli Statuti di Roma. 

b) Che cosa sono gli Statuti?

Al 1143 viene fissata la nascita travagliata del Comune di Roma. 

Dopo una dura lotta per l’indipendenza amministrativa, per liberarsi delle ingerenze papali ed ecclesiastiche, dei nobili, dell’Imperatore, si giunse al compromesso ed alla pace con papa Clemente III nel 1188: a Roma un’amministrazione civile guidata da un Senatore avrebbe governato la città compresa in uno Stato governato dall’autorità del papa. Le norme per mantenere l’ordine pubblico nell’Urbe, per gestire i rapporti dei cittadini tra loro, tra cittadini e le autorità costituite derivavano dal diritto romano e dalle disposizioni papali. Insomma il Comune presto sentì la necessità di norme proprie, adeguate ai tempi presenti. Vi riuscì nel 1363, riunendo un gruppo dei suoi uomini migliori, esperti di diritto, di vita e di responsabilità, scelti in rappresentanza del popolo dei tredici rioni e delegati a stendere una raccolta delle norme utili a regolare ogni circostanza della vita sociale. Nacquero gli Statuti di Roma, divisi in tre libri: il primo Delle cause civili ed estragiudiziali diviso in 129 capitoli; il secondo Dei delitti diviso in 209 capitoli; il terzo Delle cose fuori dell’ordinario diviso in 150 capitoli. I capitoli sono gli articoli nelle nostre disposizioni.

c) Vicenda storica

La caduta dell’Impero Romano d’Occidente non fu la caduta della dominazione universale di Roma.

Però il medio evo per molti versi segnò Roma (governata dal papato) in senso negativo e dal 1143 al 1363, il primo periodo del Comune, non fu il migliore, anzi la città seguitò a decadere, sia in senso morale che in senso politico-pratico, nelle sue infrastrutture: case, palazzi, monumenti, strade. La vita dei cittadini si fece ancor più insicura in ogni aspetto, tanto che anche il papa spesso sentì la necessità di trasferirsi altrove, infine prese dimora ad Avignone, per mettersi sotto la protezione del re di Francia. L’esilio avignonese, 1305 – 1377, danneggiò il prestigio del papato e aggravò la situazione del territorio dello Stato Ecclesiastico. Ne guadagnò la soluzione Città-Comune.

Dal popolo di Roma ebbe le origini il tribuno Cola di Rienzo che nel 1349 tentò con la forza di riportare Roma, il suo Comune, ad un rinnovamento. Il tentativo fallì miseramente sette mesi dopo. 

I papi erano consapevoli del degrado in cui declinava il loro Stato e Roma in particolare. Dal 1352 Innocenzo VI pensò che il papato doveva rientrare nella Capitale dei suoi territori. In quei giorni nella situazione di anarchia dominante alcuni signori locali esercitavano il potere in proprio, altri erano divenuti veri usurpatori. Il papa creò il cardinale di Spagna Egidio Albornoz, suo legato e vicario generale con l’incarico preciso di restaurare manu militari l’autorità papale nei territori della Chiesa con piena libertà d’azione in campo politico e nell’organizzazione dell’amministrazione, nei rapporti con i sudditi.

Il papa gli raccomandò il visionario ex tribuno Cola di Rienzo, ma il cardinale non ebbe fiducia in lui, finché, dietro insistenza rumorosa del popolo, lo nominò Senatore, 1354. Ma per i suoi eccessi dopo due mesi di governo fu trucidato dalla furia del popolo stesso, che ne bruciò i resti presso l’Augusteo.

L’Albornoz riportò la calma e nel 1357 emanò le Costituzioni degli Stati papali, dette le Costituzioni Egidiane, divise per le cinque province. 

In questo nuovo clima e con attenzione alle Costituzioni, che frattanto avevano rivisto la carica di Senatore, il Comune di Roma scelse una commissione di uomini saggi “qui…reformationi operam dederunt” per stilare gli Statuti, che appunto furono pubblicati nel 1363.

L’amore per Roma e per il suo Stato convinse il nuovo papa Urbano V a rientrare nei possessi di competenza e nella sua Capitale nel 1367. Lo accolse l’Albornoz, che poco dopo morì senza poter godere la festa di popolo che lo avrebbe celebrato nella basilica lateranense. Nel 1368 il papa prese cognizione, lesse e modificò gli Statuti: fu la prima edizione dei Nuovi. Ma il tentativo di Urbano V di ristabilire Roma sua sede fallì per la litigiosità delle fazioni. Scoraggiato, rientrò ad Avignone nel 1370. Tre mesi dopo morì, forse ucciso dalla delusione. 

Nel 1469 Paolo II per le mutate condizioni dei tempi, mise mano alla seconda grande riforma statutaria. Raccolse tante lamentele sugli aggiustamenti poco coerenti o mal sistemati che negli anni si erano accumulati e sovrapposti, li rese omogenei per un corpo vivente. Insomma modificò sostanzialmente e pubblicò ancora i Nuovi Statuti. 

Una terza riforma avvenne sotto il pontificato di Leone X intorno al 1519. Poi questi non subirono altri interventi importanti fino al 1809, quando le leggi napoleoniche li sostituirono. 

Infine nel 1816 Pio VII li abolì definitivamente.

d) Chi era Camillo Re, l’autore

Era nato a Roma nel 1842. Praticò l’avvocatura, divenne professore di diritto e grande studioso di cose del mondo antico, specializzato in quelle riferite a Roma. Fu socio dell’Accademia di conferenze storico-giuridiche a nome e onore della quale divulgò e pubblicò le sue ricerche sulla Roma medievale e in particolare sugli Statuti di Roma. Fu tra i fondatori della Società romana di storia patria. La sua carriera di studioso è dimostrata da una lunga lista di pubblicazioni come: Storia delle solennità negli atti di donazione dal VI secolo di Roma fino ai giorni nostri, del 1870 Studio di legislazione comparata sulla proprietà delle miniere, del 1873; Trattato sulla compravendita secondo il codice civile italiano, del 1877; Il matrimonio e la legislazione civile, del 1880; Il Campidoglio e le sue adiacenze nel secolo 14, del 1882; Del patto successorio, studio di legislazione comparata, del 1886; Le regioni di Roma nel medioevo, del 1889; oltre alla corposa ricerca, argomento di queste pagine, del 1880. Morì a Roma nel 1890.

e) Riflessioni 

Camillo Re ebbe in mano:

1) il codice ottoboniano-vaticano n. 1880, 

2) altro fondo ottoboniano-vaticano n. 741, 

3) il fondo vaticano n. 7308, 

4) il manoscritto nell’Archivio segreto Vaticano, 

5) il manoscritto dell’Archivio di Stato. 

Egli fu minuzioso, puntiglioso e puntuale nelle sue ricerche. Analizzò i codici secondo la scrittura, la calligrafia – in gotico maiuscolo e corsivo -, la composizione della pagina, del materiale usato. Si rese certo che tra tutti gli esemplari degli Statuti della città di Roma nei diversi archivi non v’era l’originale del primo, bensì copie di studiosi, di addetti ai lavori, rifatte ad uso di privati, a uso forense. 

“…Roma si trova in peggiori condizioni delle città toscane e delle altre vicine; e per l’incendio degli archivi capitolini avvenuti nel sacco di Roma (1527) non ci è rimasto verun antico manoscritto de’ suoi statuti.” 

Si convinse che il codice n. 1880 era il più vicino al primo originale, trascritto agli inizi del 1400, anteriore al n. 741 scritto nel 1413 (di questo abbiamo particolari più precisi: conosciamo il copista e sappiamo che per trascriverlo impiegò un mese). 

Però, viste le carenze che presentava il codice n.1880, venne da lui confrontato e completato con inserti degli altri reperti, venne riempito delle pagine, dei capitoli, delle parole mancanti o incomprensibili. Lo statuto il Re lo ritrovò a pezzi e lo ricostruì. Lo statuto è di un valore straordinario, non tanto perché monumento pubblico e solenne, quanto perché nella storia municipale è fondamento delle magistrature civili, collezione degli ordinamenti da esse emanati nella Roma del medioevo.

Ci sono giunti frammenti degli statuti del secolo XIII… “in quel secolo la città di Roma avea antichi statuti che riformava e raccoglieva in un codice di leggi municipali.” 

“Dei tempi di Carlo d’Angiò esistono varie lettere che paiono accennare ad un vero e proprio statuto già esistente, havvi eziandio una tradizione costante la quale colloca la compilazione di uno statuto nell’anno 1246…, nel 1272 si accenna a statuti sparsi non raccolti.”

Esistevano statuti delle corporazioni delle arti e mestieri.

Gli statuti di Roma “non furono giammai pubblicati, perché fu trascurata o mal conosciuta la istoria istessa della città … poi non poté questa seconda neppur concepirsi, perché non fu mai giustamente apprezzato il valore dei primi.” “… Non erano che la manifestazione scritta dei costumi di una città o di una provincia ed i quali in tanto aveano forza in quanto n’erano lo specchio fedele.”

Con tutta sicurezza, dunque, noi possiamo affermare che Roma non ebbe il suo vero e proprio statuto prima del secolo XIV, prima del 1358. Quella del 1363 fu una giurisdizione generale statutaria che arrecò il grandissimo vantaggio di ricondurre alla unità quella infinita varietà di leggi speciali. 

Gli statuti sono l’organizzazione del Diritto penale, del diritto di procedura penale e del diritto amministrativo insieme. Rappresentano una giustizia democratica contro la prepotenza de forti. Spingono una rigorosa sorveglianza sanitaria sulle derrate alimentari, salvaguardano una libera circolazione sui ponti e attraverso le porte della città senza che nessun signore prepotente pretenda esborsi per sé. Prevedono molte pene pecuniarie e queste secondo l’entità del delitto crescenti secondo le possibilità economiche. Da notare le pene sono previste più certe e severe per chi deve applicarle e non lo fa, vale a dire più per i pubblici ufficiali, che per chi delinque. Sono previste tante altre cose, ma ci fermiamo qui.

f) Il Senatore 

Evitiamo le disquisizioni sulle procedure, sul dettato delle norme in particolare. Il nostro piccolo commento nel merito sfiora appena questa magistratura. 

Prima delle Costituzioni v’era confusione nella scelta del Senatore e nelle mansioni di governo. Lo statuto cercò di riportarlo a giusta regola. Spesso veniva nominato dal papa o sostituito da altri corpi di magistrature più forti o prevalenti in quel momento. I senatori erano due scelti tra i baroni e i magnati della città. Le Costituzioni conferirono la dignità a una sola persona non appartenente ad alcuna delle famiglie patrizie. Doveva essere forestiero, di luogo lontano almeno 40 miglia da Roma, durava in carica sei mesi e percepiva un salario di 1800 fiorini d’oro, che in parte gli erano versati subito da usare per restauri e bonifiche del Campidoglio, in parte gli venivano versati a metà mandato ed in parte gli venivano liquidati dopo la decadenza, quando fosse chiuso un accurato controllo sul suo operato.

Durante il mandato doveva mantenere l’ordine e provvedere alla sicurezza della città e del distretto, giudicare cause civili e criminali, difendere la fede cattolica, verificare l’unità dei pesi e misure, del peso legale delle monete, aveva diritto di misericordia e di grazia. Lo coadiuvava un consiglio privato, uguale a potere esecutivo, un consiglio generale pubblico, uguale a potere legislativo e altri pubblici ufficiali.

g) Difficoltà di traduzione 

Gli Statuti sono scritti in latino diffusamente usato in quel secolo, ma si tratta della latinizzazione di parole del linguaggio volgare, di una lingua ecclesiastico-notarile aggiustata alla materia,  il “burocratese” dell’epoca, che oggi non sempre è di facile comprensione.

Vi è consueta la mancanza di dittonghi e il modo di scrivere alcune parole, per es.: ae oe=e, ct=tt, mpn= nn.

Molte sono le parole di uso volgare, nomi di cose e di attrezzi del tempo, latinizzate per l’occasione oggi cadute in disuso e incomprensibili. Non esiste dizionario dell’epoca.

La mia traduzione è pressoché letterale per esser più vicina sia al pensiero dei nostri avi, ma anche per far comprendere parola per parola cosa si voleva regolamentare.

Roma Via Petroselli la detta Casa di Cola di Rienzo

Dizionario Latino-Italiano

per le parole medievali a Roma

Aboctare = acquistare? pestare

accomandantiam = custodia, tutela, raccomandazione

Actenus = soltanto? perfino?

Affidati = muniti di salvacondotto

Alapatam = manata?*

Apodixa = ricevuta, quietanza, benestare, incarico, notifica, avviso, documento che attesta avvenuto pagamento (i marescalchi non potevano effettuare spese senza ottenere una apodixa, attestato, quietanza di spesa, bonus)

Argastarolo = boscaiolo

Ascidatur = sia tagliata

Assectamentum = sala consiliare

Baccinarios = vaccinari

barbutis = barbuta, elmetto

Bobactheriorum = boattieri, bovari, macellari?, consules della curia bobacteriorum erano a capo di tale curia  (tribunale) per cause di pagamenti e negozi, relativi all’agricoltura, allevamento, in unico grado di giudizio = tribunale che giudicava del comitato (classe) dei bovattieri = categoria sociale agricoltori, allevatori (avevano tribunale ad hoc)

Bordoncellum quatrutum (quadratum)= bastone a punta 

Brigam = asse, staccionata

Bubalarios = bufalari

Cappellinis = cappello di ferro, armatura per capo

Cavalcatam = banditore a cavallo

Campsor/capsor = cambiavalute

Candas =canne

Candicator = imbiancatore di panni

Cerbelleria = cervellina (elmetto?)

Citadantia = cittadinanza

Clavarinam = chiaverina, arma

Coctigio = cottio, vendita all’incanto di pesce

Congitella = congitella, misura, recipiente

Consiliarius = consigliere

Coraminis = vacchetta (da corium), cuoio

Corectum = corsetto, pancera

Cursiatores = corrieri

Damno dato = insulto, ingiuria con lesioni 

Dativa = tributo

Disrobatoribus = rapinatori

Domicellum = domestico?

Dummodo = purché

Dupplerio = candelabri, cero

Edinis = agnello

Evictione = cessione della cosa

Excessibus = trasgressioni

Exfloret = raschiare, radere la moneta

Exfortiamento = estorsione?, costrizione

Fagine = faina

Fallutos = falliti

Fida = salvacondotto*

Finum = fieno?

Fossores = scavatori, notificatori ?

Fossuras = scavi, indagini, notifica ?

Fractus = infranta, strappata

Gravamen = accusa, responsabilità

Guarnachiis = guarnacca, zimarra, tessuto di canapa

Incastellata = fortificata, misura di difesa

Incoctimeo/Incoctinandum = incettatori

Incompedibus = in vincoli, catene

In fortiam = in potere

Infugantibus, infugatione = che inseguono, intimidazione, mettere in fuga … con aggravante della intimidazione…

Laqueo = laccio

Lutum = letame?

Magangiati = magagnato, danneggiato

Malleficium = delitto 

Mandatariis = notificatori?

Marchus = peso?

Metreti = metreto, recipiente di misura

Mignantibus, mignatione = che minacciano, insulto minaccioso, ingiuria con aggravante della minaccia

Minas = minacce?

Mitretur = venga imposta la mitra per scherno

Mortacinas = di animale morto

Naspo = nastro

Palariarum = pali (i fori nei pali delle armature)

Paragium = pari dote

Patarenus = eretico

Peczoli = puzzola

Pedagiis = pedaggi

Pellipariis=pellicciai

Picchacenderem = coltello a becco per ferire

Placzaticis= tributo per il mercato

Plegiaria = garanzia

Pontichariorum = bottegai

Posterolaticum = tributo da pagare alla porta

Preconizetur = bandire

Punctaturas = appunti, annotazioni

Puta = per esempio, per caso

Reaffidati = ri-muniti di salvacondotto?*

Regalectum = gioco del regaletto

Robaria = furto

Rublitella = rublitella, misura di volume e di superficie

Scagiale = cintura, striscia d’argento

Scandalarius = chi pone tegole di legno

Scranator = raschiatore di pelli

Sequimenta = seguaci, il seguito, atti conseguenti

Solum = suola di scarpe

Sussumerias = guaste

Stairi = far prendere in custodia 

Staimentum = custodia

Sterlini = sterlina, lega d’argento

Tabellionatus = di segretariato, notariato

Taxatione = calcolo

Taxillos = dadi, tassello (gioco)

Chiesa dell’Ara Coeli 2019 raggiungere la cui scala era pari a impunibilità

Trunchum = branco?

Vacare = mancare?

Varruciis = pellicce, vaio, mantello

Zecherios = zecchieri, cambiavalute

Nascita del Comune di Roma I Parte

di Lidiano Balocchi

Il secolo XI che precede la nascita del Comune di Roma è quello dei papi della riforma della chiesa, del ritorno al rigore della spiritualità cristiana, alla moralità nella vita religiosa e politica. La spinta ha origine dai monaci di Cluny. La riforma nella curia lateranense ha alfiere Ildebrando di Soana nella Marittima (odierna Sovana nella Maremma grossetana), poi, anch’egli papa, Gregorio VII. Tutti i papi di questo periodo vengono scelti nella corrente riformista. Sono diciotto tra cui tre abati di Montecassino, tre monaci di Cluny, uno cistercense. A tutti i livelli nel Cristianesimo si auspica il ritorno al rigore morale: papato e clero, Impero, nobiltà e popolo. Tutto dipende dalla moralità del capo, dal riportare sul soglio di Pietro uomini autorevoli e santi.

Ma che centra questo con la nascita del Comune e come? Semplifichiamo la risposta.

-Papato e Clero. Nel 1059 è papa Niccolò II che con un decreto stabilisce nuovi criteri per l’elezione del papa: deve essere scelto in un conclave di cardinali, approvato dall’Imperatore e infine acclamato dal clero e dal popolo. Risultato. Il decreto papale diminuisce potere al patriziato (all’Imperatore), diminuisce potere ai nobili e al popolo, diminuisce l’interesse dei papi e del clero ai fatti politici ed all’amministrazione civile, perché la cura dello spirito sorvola sulle cose terrene. La chiesa e il papa, optando per la riforma, aumentano l’interesse verso lo spirito. Inoltre cambiano strategia politica andando al riconoscimento dei Normanni quali padroni del sud d’Italia. Vale a dire cercano una variante alla “protezione” o al dominio dell’Imperatore. Conseguenze. Il papa sceglie la gerarchia, i vescovi, con criteri a prevalenza religiosa, l’Imperatore deve delegare i poteri amministrativi civili ai vescovi già eletti. 

-Impero e Laicato. L’Imperatore afferma il diritto contrario. Ovvero vuole delegare poteri di amministrazione civile a chi è di suo gradimento, poi questi sarà consacrato vescovo. Da qui la lotta per le investiture, per sapere se il papa o l’imperatore deve per primo “investire” una persona della carica ecclesiastica. Alla supremazia della scelta religiosa imposta dal papa, però, si contrappone il trascurare la carica civile. Il governo, i beni e le risorse economiche per la Chiesa devono essere utili alla rigenerazione spirituale della società. Nondimeno anche questo aspetto è importante nelle vita sociale, nel governo del municipio. In tale spazio dunque trovano posto le idee di coloro che già auspicano più laicità e democrazia, a Roma qui s’innesta la lotta del popolo contro il papato.

-Nobiltà e Popolo. Nel secolo in oggetto iniziano la loro storia le maggiori famiglie nobiliari di Roma. Tra queste prevalgono i Pierleoni, ebrei convertiti, banchieri del papato ed i Frangipane alla guida della fazione favorevole all’Impero. Naturalmente le due famiglie sono sempre in contrasto e sempre in lotta eccetto nei momenti di accordo, quando si dividono il potere: chi non sta con il papa ottiene il governo civile. Capiscono che per star bene economicamente non è più necessario divenire papa, ma amministrare in funzione sua: soldi o governo. Nondimeno numerosi esponenti delle famiglie nobiliari sono prelati che contano nel conclave. Anche le contese tra le due nobili famiglie creeranno situazioni favorevoli all’avvio del Comune e quindi alla ripresa della città. Infatti, placata la rivalità che ha dato uno scisma per otto anni nel papato, Innocenzo II riceve l’Imperatore che rende onore a lui e al suo partito, ma nello stesso tempo giura di voler rispettare i diritti municipali. Roma e la sua cittadinanza sono visti, quindi, come punto di riferimento prestigioso oltre che sede del papato. Ma i nobili sono pure riferimento per il popolo che vi attinge le sue guide. Un Pierleoni avrà la carica di patrizio all’avvio del comune nel 1144.

–La Lotta. La scelta di papi di elevato spessore morale e culturale porta alla lotta per le investiture che ha il suo culmine negli “scontri” tra Gregorio VII ed Enrico IV (Canossa), finché nel clero si studia una via per uscirne. La via viene trovata in un riformismo moderato che porta nel 1122 al trattato di Worms, dove il compromesso detta: l’anello e il pastorale, simboli dell’autorità spirituale, vengano concessi dal papa, mentre l’Imperatore investa l’eletto delle prerogative temporali (le regalie) donandogli lo scettro. Nessuno dei papi di questo periodo, però, mette in dubbio quanto si dà per acquisito, vale a dire il suo potere temporale sulla città e sullo Stato ecclesiastico. Invece, mentre lotta contro l’Imperatore per le investiture, deve difendersi pure dalla volontà popolare che all’interno ogni giorno gli strappa a forza un pezzo di potere civile. Il papato ed il clero, a posto con la coscienza per il minor impegno nelle cose terrene, però hanno portato dentro Roma i Normanni in aiuto contro i Tedeschi. Le loro lotte senza quartiere producono distruzione ovunque fame, odi implacabili, vendette trasversali che colpiscono in modo irreversibile famiglie e proprietà, che rendono drammatica la vita. Risultato: la Chiesa e i ricchi contro tanti poveri. Da 40 anni il caos amministrativo, la crisi municipale non è riuscita a rimuovere le macerie, né a produrre rinnovamento. Con la pacificazione dopo Worms, il papa rientra a Roma, l’amministrazione cittadina comincia a risollevarsi e interviene su acquedotti, mura, vecchie case, macerie. Roma nei prossimi 30 anni si rinnoverà. 

– Causa scatenante. Si dice sia Tivoli, città vicina e contrapposta a Roma, che in nulla si risparmia per esser contraria: riceve papi cacciati, antipapi, imperatori se impediti di entrare a Roma. Infatti diviene Comune prima di Roma. Dopo il 1123 le due popolazioni sono in lite per futili motivi, come il far legna. Per le continue provocazioni Innocenzo II scomunica Tivoli (1139). I Romani l’assediano. Tivoli rompe l’assedio, ma poi perde la battaglia in campo aperto. Il papa tratta la resa in prima persona: chiede sottomissione, fidelitas, e il diritto di ratificare la nomina del rettore di quel Comune. I Romani si sentono scavalcati e traditi: vogliono la totale soggezione, la distruzione delle mura, gli ostaggi. Perciò assaltano il Campidoglio, sede del governo papale e presi dal desiderio di rinnovare l’antico onore cittadino, vogliono un nuovo Senato (renovatio senatus) non più in funzione. Poi riprendono le ostilità con Tivoli come cittadini liberi. A questo motivo va aggiunto pure l’alleanza che il papa sta cercando con i Normanni, di cui il popolo ricorda le distruzioni gratuite. Ma ora il papa muore, 23.9.1143.

-La renovatio. Avviene quindi tra agosto e ottobre 1143; giuridicamente, invece, l’amministrazione civile prende il via a ottobre 1144, quando compare nei documenti la formula Senatus PopulusQue Romanus – SPQR -. La nuova magistratura opera nel Capitolium aureum, i senatori sono circa 50 tra ordinarii e consiliarii, questi sono una decina e costituiscono l’esecutivo. I senatori entrano in carica il primo novembre e si rinnovano ogni anno. 

Abbiamo detto che la separazione tra potere religioso e civile veniva intuita e attuata da Alberico II con lo spostamento del suo governo sul Campidoglio. La ribellione al papa è determinata anche dal fatto che questo non intuisce di porsi a capo del rinnovamento e delle esigenze del popolo, perciò la sua auctoritas per non poco tempo sarà ridimensionata.

Il foro Romano nel 2019

Nascita del Comune di Roma II Parte

di Lidiano Balocchi 

Una volta nato il Comune di Roma, la sua affermazione non è stata indolore. Molti comuni venuti alla luce in quegli anni erano città-stato. A Roma la cosa non riesce, anzi forse è il primo comune cui viene riconosciuto il solo potere dell’amministrazione civile subordinato allo Stato Ecclesiastico. La forza del papa sarà più efficace di quella dell’Imperatore. 

Accenniamo alle personalità della Chiesa ed ai fatti salienti che portano a risolvere la contesa.

Tra il 1139 ed il 1155 a più riprese uno strano personaggio entra a gamba tesa nelle vicende di Roma. È un monaco che predica la povertà della Chiesa, delle istituzioni religiose, degli ecclesiastici. La Chiesa non deve possedere nulla, tanto meno il potere. Il vero cristo è il popolo, colui che deve detenere il potere. Arnaldo da Brescia è colto, discepolo di Abelardo, predica le sue idee in Italia e in Francia, ritenute al limite dell’eresia e quindi ovunque viene scacciato e perseguitato, poi perdonato, poi ancora perseguitato. E’ uno che promette al papa di essere pentito, ma non sa stare zitto. E’ così che, venuto a Roma, si intromette nelle lotte portate avanti dal popolo per ottenere il potere amministrativo indipendente dal papa. Il monaco con il suo fervore oratorio infervora anche quell’azione rivendicativa. Ha quindi la sua parte di merito in quel fine raggiunto dal popolo nel 1143, anche se Arnaldo, quasi un san Francesco ante litteram, continua per la sua strada predicando in Campidoglio e nelle altre piazze di Roma contro il papa per una Chiesa spoglia di ogni bene materiale. La sua posizione si aggrava, quando nel 1154 il movimento popolare che lo sostiene, lungo la via Sacra s’imbatte negli spostamenti del card Guido Cybo di Santa Pudenziana. Nei tafferugli che seguono il cardinale viene pugnalato e muore. Anche Arnaldo da lì a poco paga il conto con la vita: le sue spoglie vengono bruciate nei pressi dell’Augusteo e disperse a fiume. 

Ma torniamo al 1144 e seguiamo le lotte tra Senato e papato fino allo stabilizzarsi della “convivenza”. 

Tra dicembre 1143 e marzo 1144 regna papa Celestino II, uno studioso che muore ritirato nel monastero di S. Cesareo sul Palatino forse per ripararsi da qualche colpo di testa o di mano dei “comunardi” e non ha tempo di prendere una posizione decisa nella contesa.

A ottobre 1144, a renovatio senatus avvenuta, alle prime elezioni dei 50 senatori, viene fatto pure il nuovo papa nel card. Caccianemici, Lucio II. Il suo cognome dice tutto. Prende il comando con l’idea di riportare la città all’ordine: chiede conferma d’aiuto ai Normanni, malvisti dai Romani per i danni lasciati nel 1084, e parte in testa alle sue milizie per sedare la sommossa in atto e per la riconquista del Campidoglio. Senonché dall’alto del palazzo gli arriva in testa una sassata e con essa la morte (15.2.1145).

Il fatto è gravissimo. Il successore è l’abate di SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane, Eugenio III. Non riconosce la nuova costituzione repubblicana. I senatori e popolo gli impediscono di prendere possesso della sua carica in S. Pietro e compiono altre violenze contro chiese e cardinali. Eleggono un patricius con ampi poteri e si armano contro il papa nel frattempo fuggito. Il papa scomunica il patricius e compone una lega con i nobili del circondario. Si giunge ad un accordo che prevede il riconoscimento del comune e dei senatori, ma con investitura papale.

Nel 1148 rientra a Roma Arnaldo da Brescia che con i suoi sermoni convince il popolo a rifiutare il compromesso e a costituire il comune in repubblica, rifiutando il potere del papa e dell’Imperatore. Anzi il Comune lo assume pure alle sue dipendenze e tenta una nuova costituzione che prevede un Imperatore, due consoli e un senato, offrendo il posto di Imperatore a Federico Barbarossa da poco eletto. Egli non accetta e l’idea muore lì. Poi muore il papa. 

Nel luglio 1153 gli succede Anastasio IV, romano della suburra che convive in pace con la repubblica, ma muore presto.

Il 5.12.1154 gli succede Adriano IV, inglese, già abate dei canonici di S.Rufo, cardinale e legato pontificio. Crede nella signoria universale del papato (vedi Gregorio VII), perciò entra subito in conflitto con la repubblica romana. Accadono i fatti del cardinale Cybo interpretati dal papa contrari alla maestà della Chiesa. Roma viene interdetta, una maledizione divina sulla città: niente funzioni religiose, niente sacramenti, i morti vengono sepolti in terra sconsacrata. L’interdetto preme sull’intimo religioso del popolo che, preso dal timore di non poter celebrare la pasqua, si presenta in massa sotto il Senato. Condizione del papa per ritirare l’interdetto è l’esilio del monaco Arnaldo. Il Senato cede. I trattati tra il papa e Federico, tra il papa e Guglielmo dei Normanni convincono i Romani e il papa a un accomodamento nel 1156. Il 1.9.1159 Adriano IV, “uomo abile, pratico e inflessibile” e a tempo debito anche moderato, muore. 

Il 7 settembre subentra Alessandro III, senese, teologo, canonista insigne. Deve lottare per gran parte del suo pontificato contro Federico Barbarossa che gli contrappone almeno tre antipapi, prima che venga riconosciuta la sua autorità. Quando il 29 maggio 1176 la Lega dei Comuni d’Italia (del nord), di cui il papa è paladino e protettore, sconfigge il Barbarossa a Legnano, l’Imperatore viene a patti anche con il papa e questi può rientrare in Roma (1178) accolto con grandi feste dalla cittadinanza che gli giura fedeltà. Il Senato della repubblica romana pensa che forse, come aveva lottato per la libertà degli altri comuni, così sarà liberale con quello di Roma. Però il consolidamento del governo papale mette fuori gioco il democratico spirito del Comune di Roma, ma nello stesso tempo Alessandro III ormai è alla fine dell’incarico e della vita il 30.8.1181.

Succede Lucio III, lucchese, monaco cistercense, già cardinale e legato pontificio anche presso il Barbarossa, da cui è stimato. Rimane a Roma un solo anno a causa dei continui contrasti con a cittadinanza, che vuole un trattato per riconoscere la libertà comunale e che egli nega. C’è poi il contrasto tra Tuscolo, devota al papa, e i Romani, durante il quale, dopo alterne vicende, i Romani prevalgono. Questi dimostrano il loro odio contro il clero con atti barbarici e gratuiti, catturando diversi prelati che, dopo averli accecati, li montano su degli asini e li mandano al papa. Inevitabile la scomunica ai Romani, ma siamo alla fine della sua vita, il 25.11.1185 a Verona.

Urbano III, arcivescovo di Milano, già cardinale, viene eletto a Verona, dove non vive in pace né con l’Imperatore, né con i sudditi romani e alla fine nemmeno con la città che lo ospita. Infatti le autorità gli impongono di spostarsi a Ferrara. Lì muore il 20.10.1187.

A Ferrara viene subito unto Gregorio VIII, studioso, già cardinale e legato pontificio presso diversi stati. Ama l’intermediazione, ma è pure intransigente. Muore a Pisa il 17.12.1187 dopo solo due mesi di pontificato non senza aver rinnovato la scomunica ai Romani, pur non avendoli mai visti.

Due giorni dopo in quella stessa città il collegio dei cardinali sceglie Clemente III, romano. Questi ha un obiettivo: conseguire la pace con i Romani e riprendere posto nella sede del romano pontefice. Frattanto l’istituzione Comune si è consolidata. Le trattative permettono al papa di rientrare presto. Il 31 maggio 1188, nel 40° della costituzione del Comune, steso l’accordo, il senato e il papa lo giurano. Il papa riconosce l’amministrazione civile di Roma, il Senato riconosce la sovranità del papa su Roma e gli giura fedeltà. Il papa deve risarcire i danni di guerra ed elargire qualche soldo ai senatori; inoltre può usufruire della milizia romana, ma dietro compenso, la nobiltà deve riconoscere il Senato. Conseguenza di quest’ultimo punto: i nobili per non restare fuori dal gioco politico sono costretti ad inserire i loro membri nel Senato tanto da imprimergli una svolta in senso aristocratico; vale a dire che la cosa finisce per dare senso opposto all’origine democratica della repubblica.

S.Maria in Cosmedin e il Tempio di Vesta

Fonte di Trevi

La Polizia Municipale di Roma a guardia di Fontana di Trevi

di Lidiano Balocchi

Alla Polizia Municipale di Roma il mandato a vigilare sulla Fontana di Trevi arriva dallo Statuto comunale del 1363. Al capitolo CXXVI del libro de extraordinariis detta:

Che i Marescalchi della curia del Campidoglio siano custodi ed abbiano cura delle acque della fonte di Trevi: 

Ancora affermiamo e ordiniamo che i Marescalchi della Curia del Campidoglio, che vi sono adesso e quelli che vi saranno in futuro, siano e debbano essere custodi della fonte dell’acqua di Trevi e che detti Marescalchi siano tenuti con personale giuramento nel periodo del loro incarico a ispezionare e che sia fatta ispezionare la condotta della detta fonte e acqua di Trevi […] e che in detta condotta, nessuno osi fare un’apertura o un buco né ottenere un pisciolino, onde possa attingere acqua da detta condotta o mediante le cannelle della fonte di Trevi.

1 – del medesimo

Ancora che nessuna persona lavi o faccia lavare nell’abbeveratoio delle bestie e alle cannelle fissate nella conduttura di Trevi, vale a dire: panni, filato e altra roba che imputridisce, sotto pena di .C. soldi di provisini per ogni volta. 

Roma nel periodo imperiale era la regina aquarum, perché era alimentata da 12 acquedotti, segno di alto livello di civiltà. Quello detto dell’aqua virgo era stato costruito da Agrippa nel 19 a. C.

La leggenda narra che una ragazza (la virgo) ne indicò la sorgente a dei soldati assetati in transito dalle parti di Salone, vicino Trebium, una località sulla via Tiburtina. L’acquedotto percorre 19 km sotto terra eccetto gli ultimi due. Questo gli limitò i danneggiamenti ed i tagli che dalla caduta dell’impero e, per tutto il medioevo, i ripetuti assalti dei conquistatori di Roma procurarono alle condotte d’approvvigionamento idrico della città. L’acqua Vergine era molto buona, ma non bastò a tenerne sempre efficiente la condotta, e pur se gli anni bui erano passati, i danni e le sue interruzioni non furono più riparati. Non se ne sentiva la necessità e non era nemmeno conveniente. Infatti il Tevere e le sue acque nell’uso comune e nel gusto avevano sostituito le altre. Quella del fiume era così elogiata che alcuni papi, quando si spostavano da Roma, avevano al loro seguito una scorta d’acqua del Tevere. Per il popolo era nato il mestiere degli acquaroli, persone che attingevano l’acqua dal Tevere e la portavano alle famiglie con due barlette a dorso del somaro.

Nel 1363, l’anno del primo Statuto del Comune di Roma, l’acquedotto di Trevi era in funzione, secondo quanto abbiamo citato sopra. I guai sopraggiunsero dopo e fino al 1556. In questo anno un medico fiorentino, tal Gio Battista Modio, pubblicò un opuscolo dal titolo Il Tevere, dove si ragiona in generale di tutte le acque, e in particolare di quella del fiume di Roma. Vi si faceva la storia della fine dell’Acqua Vergine, del sopravvenuto ed apprezzato uso delle acque del Tevere e se ne mettevano in evidenza i rischi igienici. Naturalmente quella critica scientifica contribuì a sfatare le credenze circa salubrità dell’acqua del fiume e riportare alla ragione tutti. Quindi non solo se ne sconsigliava l’uso domestico, ma si raccomandava il ripristino della buonissima Acqua Vergine. 

Nel 1561 il papa Pio IV, milanese, ratificò un contratto con Antonio Treviso di Lecce “…per condurre l’acqua Vergine detta di Salone in Roma alla fontana di Trejo per prezzo di ventimila ducati d’oro di Camera fra termino d’un anno…”. Alla morte del papa (1565) i lavori erano appena a metà! Finalmente “…Tornava tutta intera ed illibata a scaturire da quel severo prospetto della fontana di Trevi… di fronte agli assetati romani accorsi plaudenti in gran folla…. Era il mercoledì 16 agosto 1570”

Il condotto dell’acqua dunque arriva sul Pincio vicino Villa Medici. Scende ai piedi di Trinità dei Monti e sotto la Barcaccia di Piazza di Spagna si divide in altri condotti, uno dei quali, passando appunto per Via Condotti, termina alla mostra di Fontana di Trevi. 

In antico la mostra dell’Acqua Vergine si trovava in via Flaminia (via del Corso) all’altezza di Piazza S. Ignazio. Dopo il 1560 si pensò di farne una imponente nel nuovo sito e si bandirono i concorsi per la fabbrica delle tante fontane di Roma nei quali si distinse Giacomo della Porta. Solo il progetto per Fontana di Trevi, il suo come quello di tanti, non andò in porto. Con l’inizio del palazzo del Quirinale quale nuova residenza papale si prese a risanare l’edilizia e la viabilità intorno, fermandosi ancora di fronte al costo della mostra dell’Acqua Vergine. Così fu per il progetto del cav. Bernini (1640) e di altri. Nel 1730 Clemente XII, papa appena eletto, riprese con mano decisa il tema: con uno stanziamento di 17.647,71 scudi bandì un nuovo concorso, che fu vinto dall’arch. Nicola Salvi nel 1732. Comunque, prima che si ponesse fine all’ultima grande fontana di Roma, passarono ancora 13 anni di lavori a singhiozzo e tribolazioni d’ogni genere per l’architetto e la spesa lievitò a 176.000 scudi (pari a 8 milioni di euro)!

La mostra dell’acqua Vergine oggi più che mai attrae turisti e curiosi da tutto il mondo, ma la polizia municipale è ancora lì, fedele all’ordine di sorvegliarla.

D’Artagnan

Da quali danni deve essere salvaguardata oggi la “fonte di Trevi”?

La sua fama e bellezza l’hanno resa punto di ritrovo per i Romani e gli stranieri, punto appetibile per il commercio ambulante e abusivo, una scenografia architettonica spettacolare per soggetti cinematografici. Inoltre la “voce” che suggerisce al forestiero di gettare dentro la vasca una monetina, perché così avrà la possibilità di tornare a Roma, spinge tanti fannulloni a ripescare quei soldi buttati lì. Il Comune recentemente ha deciso di devolverle quelle monete, res nullius, alla Cri, autorizzandone la raccolta. Ciò nonostante non è finita la corsa alla “pesca”, che si tenta nei momenti di cambio della guardia, nei momenti di distrazione delle guardie, al mattino presto. La “guerra” tra guardie e pescatori dura da molti anni: arresti, processi, sentenze e condanne, titoli cubitali in cronaca… Roberto Cercelletta, detto Dartagnan, è un veterano che ha conosciuto ed è sopravvissuto a generazioni di vigili urbani rastrellando le monetine di Fontana di Trevi: la sua tattica sta nell’agire senza intaccare la suscettibilità delle guardie… Se le guardie lo scoprono, chiede scusa.

Insomma quello è il luogo ideale per le stravaganze di chi vuol farsi notare, ma pure per chi vuol svangare la giornata a ufo. 

Fonte di Trevi nel 2019 senz’acqua per restauri